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Incentivi Fotovoltaico in chiusura, Sesto Conto Energia lontano

fotoVolge al termine il Quinto Conto Energia e già si pensa alSesto Conto Energia, ma la definizione di nuovi incentivi per il Fotovoltaico appare lontana.

Venerdì 17 maggio si sono chiusi i termini per l’iscrizione al secondo Registro informatico per ottenere i contributi previsti dal Quinto Conto Energia per impianti fotovoltaici sopra i 12 kW di potenza (50 kW in caso di rimozione dell’amianto).

Agevolazioni 2013

Entro 20 giorni il GSE pubblicherà le graduatorie degli ammessi e degli esclusi e in base al numero di domande ritenute ammissibili verrà aggiornato anche il contatoredel Quinto Conto Energia che ad oggi ammonta a 6.639.187.559 di euro.

 

 Al raggiungimento dei 6,7 miliardi di euro, il Quinto Conto Energia giungerà al termine (previsto per l’estate) e le uniche agevolazioni per l’istallazione di impianti fotovoltaici saranno quelle concesse per le ristrutturazioni edilizie:

  • detrazioni fiscali del 50% fino a giugno 2013 (leggi i dettagli)
  • detrazioni fiscali al 36% da luglio 2013 (il bonus 55% per le qualificazioni energetiche, che probabilmente verrà prorogato, non comprende il Fotovoltaico).

Sesto Conto Energia

Ancora incerto il destino del Sesto Conto Energia e così quello del settore del Fotovoltaico.

Di massima, il futuro del Conto Energia sembra ostacolato dai problemi di governabilità dell’Esecutivo italiano.

Situazione già sottolineata dall’allarme lanciato dagli imprenditori del fotovoltaico al Governo, al quale hanno chiesto maggiore certezza, da subito.

 

Fonte http://www.pmi.it/economia/green-economy/news/65536/incentivi-fotovoltaico-in-chiusura-sesto-conto-energia-lontano.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+PMI.it&utm_content=2013-05-20+incentivi-fotovoltaico-in-chiusura-sesto-conto-energia-lontano

Questo pane è mio! Dai grani antichi ai diserbanti, storie di guerra e di riforme

 

Francesco Cancellieri
I grani antichi sono tutti quei grani che non hanno subito interventi di selezione da  parte dell'uomo e che non sono stati geneticamente modificati, ma che sono rimasti "originali":così come madre natura li ha creati.
Esistono varie specie di grani antichi che si sono formati spontaneamente in zone diverse per clima, altitudine e tipologia del terreno. Tra questi: "Senatore Cappelli", "Verna", "Frassineto", "Gentilrosso", San Pastore", "Farro" ed ancora "Timilìa", "Margherito", "Russello", "Maiorca", "Strazzavisazz", "Bufala rossa" e "Cuccitta".
«Questo pane è il mio, è il mio pane perché l'ho fatto fare nel mio panificio. E so che cosa c'è in questo pane, conosco il seme del grano che ho seminato io, il lievito naturale che ho utilizzato io. E so che cosa c'è in questo pane, perché lo debbo dare anche ai miei bambini...». Il primo minuto del documentario La chiave rubata della città del grano (La clé volée de la cité du grain) sembra creato dalla sensibilità di un grande regista, di un Andrej Tarkovskij immerso nel  sole accecante della Sicilia. Il film è invece opera di una coppia di registi belgi Jean-Christophe Lamy e Paul-Jean Vranken. Una mano semiaperta da contadino, appoggiata al tavolo, un coltello a serramanico e una pagnotta di pane. La fotografia esalta la dimensione quasi spirituale degli oggetti. Una luce primordiale avvolge le cose, la campagna. La camera fissa il protagonista del film, Giuseppe Li Rosi, e ascolta le sue parole: è un siciliano, non ci sono dubbi, lo tradisce l'accento, il peso che lui conferisce ad ogni singola parola, ad ogni singola sillaba. È un siciliano che ama la terra, la sua terra. Pare fondamentale che gli oggetti possano essere toccati. Nel documentario la materialità delle cose è portatrice di valore: la spiga che si sgrana nel palmo del contadino, il fruscio delle piante sulle gambe, lo stesso volante della moto trebbia assumono un valore quasi metafisico grazie alle pause, ai silenzi, alla colonna sonora mai leziosa.
La terra e l'uomo che la coltiva sopravvivono, ormai da tempo, a laceranti crisi che lasciano segni profondi non solo nella nostra economia ma anche nelle nostre coscienze. Gli squarci provocati dai goffi uomini che hanno avuto in mano le sorti politiche dell'arte di coltivare il suolo e l'illusione contadina di abbandonare la passione per la terra ed avvicinarsi al profitto praticando la strada larga della chimica e dell'inquinamento, hanno provocato la diaspora nelle campagne e la disgrazia nella popolazione rurale.
La ruralità spiccata della nostra Sicilia ha digerito il primo impatto con tutto ciò che arrivò da Oriente per consegnarlo ad un continente altrimenti affamato, divenendo pilastro del Mediterraneo. Tempo perso. Secoli di storia e di esperienza svenduti, ai giorni nostri, per poche palline colorate da banditori idioti su mercati che non controllano più o che non possono più controllare. E' la morte. Ma la morte è una lunga attesa; essa dà all'uomo sempre l'occasione di convertirsi, di ritrovarsi, di ribellarsi all'inganno prima di passare oltre la linea di demarcazione.
Allo stato attuale sembra incombere il pericolo di perdere le nostre aziende agricole, di perdere la nostra terra, per sempre. E questo è il pericolo. L'occasione di cambiamento e salvezza dove sta? Innanzitutto, dobbiamo essere coscienti che uscire dalla crisi non è solo un fattore economico, ma è principalmente un fattore umano. L'uomo senza la conoscenza non è un attore, ma un servo, uno schiavo. Noi, senza nemmeno accorgercene siamo divenuti schiavi di quelle transnazionali alle quali interessa solo il profitto, schiavi dei poteri forti che hanno provocato fame e sradicamento nel mondo distruggendo intere civiltà e creato in noi la paura del diverso, di tutto quello che proviene dal mare, dal grano canadese, dall'ortofrutta africana ecc. 
La paura è giustificata perché questi prodotti hanno distrutto i nostri mercati, hanno inquinato le nostre mense, lasciano invenduti i nostri prodotti. Ma il potere a questi prodotti - non sempre e necessariamente cattivi - lo abbiamo dato noi, perchè abbiamo sostituito la nostra ricca biodiversità con lo standard delle multinazionali. Abbiamo abbandonato il nostro concetto di qualità per sostituirlo con dei parametri che vanno bene per le macchine e non per l'essere umano. E‘ stato come vendere la nostra evoluzione per un piatto di lenticchie. Qualcuno propone una Riforma Agraria, serve piuttosto una Riforma Agronomica e Agroenergetica.
Il problema non nasce in questi ultimi anni ma in tempi recenti; si profilò già alla fine della II Guerra Mondiale, quando le fabbriche di munizioni rimasero con i magazzini pieni di nitrato d'ammonio che era stato utilizzato per fabbricare gli esplosivi. Dopo una breve ricerca i fabbricanti di armi scoprirono che il solito amico Fritz, Haber di cognome, un tedesco di origine ebraica, aveva capito, nel 1906, come dare il nitrato d'ammonio ai vegetali. Costui aveva anche inventato lo Zyklon B usato per gasare gli ebrei nei campi di sterminio.
Durante la guerra del Vietnam, poi, furono creati i defolianti per scovare i terribili Vietcong che difendevano le loro risaie, nascondendosi nella vegetazione delle loro foreste. Da qui vennero fuori i gloriosi diserbanti che nelle pubblicità vengono definiti come "protettori delle colture dai loro nemici naturali". Se poniamo attenzione vediamo, quindi, che per fare agricoltura stiamo utilizzando due "sistemi di distruzione di massa".
La natura ringrazia insieme al consumatore per la strage "differita" che stiamo provocando. Differita perché non si muore subito ma dopo avere consumato una buona dose di prodotti farmaceutici. Forse potremmo abbassare pure l'Irap se mangiassimo sano. Ciò non bastò, perché l'industria non si accontentò di vendere i suoi "elisir", ma rivolse l'attenzione anche alla cosa più importante per il contadino: il seme, "a simenza". 
A questo punto nasce l'altro inganno. Con il pretesto di risolvere la fame nel mondo gli "scienziati" attivano una serie di mutagenesi indotte per modificare il mais, il grano tenero poi e per ultimo il grano duro. Così il lavoro svolto dai contadini negli ultimi 10.000 - 15.000 anni, che selezionarono, "con la loro ignoranza", centinaia di popolazioni di frumento, rispettandone la natura e adeguandole alla moltitudine di microclimi, consegnando alle generazioni future un tesoro di biodiversità vegetale, venne messo al bando per promuovere il risultato ottenuto "dalla scienza" in una notte del 1974 con l'ausilio di un cannone ai raggi gamma del cobalto inventandosi le varietà di grano nanizzato - iperproduttivo che necessita di nitrato d'ammonio, di diserbanti e di antifungini, la cui caratteristica, oltre a quella dell'iperglutine è quella di avere perduto la diversità ed acquisito l'omogeneità.
«Ovviamente le nuove varietà sono meno capaci di rispondere adattativamente ai futuri cambiamenti climatici o alla comparsa di parassiti» - disse il Luigi Monti durante la sua Laudatio Academica all'Università degli Studi di Napoli Federico II Facoltà di Scienze Biotecnologiche, in occasione del Conferimento della Laurea honoris causa a Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, l'artefice della mutagenesi indotta applicata sui cereali nel suo progetto Campo Gamma - ed infine aggiunse: «Esiste, quindi, una contraddizione tra il miglioramento genetico e la conservazione della biodiversità, nel senso che le nuove varietà riducono la diversità genetica presente nell'ecosistema». Fu sincero però. Lo stesso lavoro lo si sta facendo sull'umanità a discapito dell'identità e della diversità dei popoli.
Le aziende siciliane non hanno più la sovranità sul seme, quindi, non hanno neppure quella alimentare. E se il rapporto tra lo schiavo ed il padrone si risolve nella dazione o meno del cibo possiamo dire che oggi siamo schiavi. Credo, poi, che gli agricoltori non si rendano conto di cosa abbiano studiato a nostro danno. L'agricoltore vende il grano a 15 - 16 euro a quintale, ossia a 10 euro in meno di quanto gli costa produrlo. Eppure i raccolti continuano di anno in anno. Perché? Di fronte al prezzo basso, il contadino, per pagare le fatture, l'Inps, onorare i debiti e mantenere i figli ha una sola possibilità: produrre di più. Per aumentare le rese di qualche quintale per ettaro si impoverisce la terra, si usano anche terreni marginali e si abusa di concimi chimici. Ma più aumenta l'offerta di grano, più cala il prezzo. Spirale di follia.
L'agricoltore continua a misurare il suo lavoro in base ai quintali/ettaro, facendo magari a gara con il circondario, mentre va verso il fallimento. Per il mercato, anche se fallisce un agricoltore, non è un problema, la terra continua a produrre. Inoltre, i contributi che vanno nelle tasche degli agricoltori in realtà aiutano i compratori di grano a prezzi stracciati.
Saranno sempre i governi a guidare l'agricoltura. Oggi, le aziende agricole sono dei centri di trasformazione di combustibili fossili in cibo. Un inganno, un bluff pare ci sia alla base di questa crisi. Consolidatosi nell'arco di pochi lustri, divenuto verità difesa con convinzione a tutti i livelli. Il cibo non e' solo una merce. Il cibo non e' un insieme di nutrienti chimici. Esso è una rete di rapporti tra un gran numero di esseri viventi, umani e non umani, tutti dipendenti gli uni dagli altri e tutti radicati nel terreno e nutriti dalla luce del sole. Ma questo è possibile solo ad un'azienda agro-energetica che appartenga ad un territorio che abbia la sovranità alimentare e l'indipendenza.

 

fotoFrancesco Cancellieri


I grani antichi sono tutti quei grani che non hanno subito interventi di selezione da  parte dell'uomo e che non sono stati geneticamente modificati, ma che sono rimasti "originali":così come madre natura li ha creati.


Esistono varie specie di grani antichi che si sono formati spontaneamente in zone diverse per clima, altitudine e tipologia del terreno. Tra questi: "Senatore Cappelli", "Verna", "Frassineto", "Gentilrosso", San Pastore", "Farro" ed ancora "Timilìa", "Margherito", "Russello", "Maiorca", "Strazzavisazz", "Bufala rossa" e "Cuccitta".


«Questo pane è il mio, è il mio pane perché l'ho fatto fare nel mio panificio. E so che cosa c'è in questo pane, conosco il seme del grano che ho seminato io, il lievito naturale che ho utilizzato io. E so che cosa c'è in questo pane, perché lo debbo dare anche ai miei bambini...». Il primo minuto del documentario La chiave rubata della città del grano (La clé volée de la cité du grain) sembra creato dalla sensibilità di un grande regista, di un Andrej Tarkovskij immerso nel  sole accecante della Sicilia. Il film è invece opera di una coppia di registi belgi Jean-Christophe Lamy e Paul-Jean Vranken. Una mano semiaperta da contadino, appoggiata al tavolo, un coltello a serramanico e una pagnotta di pane. La fotografia esalta la dimensione quasi spirituale degli oggetti. Una luce primordiale avvolge le cose, la campagna. La camera fissa il protagonista del film, Giuseppe Li Rosi, e ascolta le sue parole: è un siciliano, non ci sono dubbi, lo tradisce l'accento, il peso che lui conferisce ad ogni singola parola, ad ogni singola sillaba. È un siciliano che ama la terra, la sua terra. Pare fondamentale che gli oggetti possano essere toccati. Nel documentario la materialità delle cose è portatrice di valore: la spiga che si sgrana nel palmo del contadino, il fruscio delle piante sulle gambe, lo stesso volante della moto trebbia assumono un valore quasi metafisico grazie alle pause, ai silenzi, alla colonna sonora mai leziosa.


La terra e l'uomo che la coltiva sopravvivono, ormai da tempo, a laceranti crisi che lasciano segni profondi non solo nella nostra economia ma anche nelle nostre coscienze. Gli squarci provocati dai goffi uomini che hanno avuto in mano le sorti politiche dell'arte di coltivare il suolo e l'illusione contadina di abbandonare la passione per la terra ed avvicinarsi al profitto praticando la strada larga della chimica e dell'inquinamento, hanno provocato la diaspora nelle campagne e la disgrazia nella popolazione rurale.


La ruralità spiccata della nostra Sicilia ha digerito il primo impatto con tutto ciò che arrivò da Oriente per consegnarlo ad un continente altrimenti affamato, divenendo pilastro del Mediterraneo. Tempo perso. Secoli di storia e di esperienza svenduti, ai giorni nostri, per poche palline colorate da banditori idioti su mercati che non controllano più o che non possono più controllare. E' la morte. Ma la morte è una lunga attesa; essa dà all'uomo sempre l'occasione di convertirsi, di ritrovarsi, di ribellarsi all'inganno prima di passare oltre la linea di demarcazione.


Allo stato attuale sembra incombere il pericolo di perdere le nostre aziende agricole, di perdere la nostra terra, per sempre. E questo è il pericolo. L'occasione di cambiamento e salvezza dove sta? Innanzitutto, dobbiamo essere coscienti che uscire dalla crisi non è solo un fattore economico, ma è principalmente un fattore umano. L'uomo senza la conoscenza non è un attore, ma un servo, uno schiavo. Noi, senza nemmeno accorgercene siamo divenuti schiavi di quelle transnazionali alle quali interessa solo il profitto, schiavi dei poteri forti che hanno provocato fame e sradicamento nel mondo distruggendo intere civiltà e creato in noi la paura del diverso, di tutto quello che proviene dal mare, dal grano canadese, dall'ortofrutta africana ecc. 


La paura è giustificata perché questi prodotti hanno distrutto i nostri mercati, hanno inquinato le nostre mense, lasciano invenduti i nostri prodotti. Ma il potere a questi prodotti - non sempre e necessariamente cattivi - lo abbiamo dato noi, perchè abbiamo sostituito la nostra ricca biodiversità con lo standard delle multinazionali. Abbiamo abbandonato il nostro concetto di qualità per sostituirlo con dei parametri che vanno bene per le macchine e non per l'essere umano. E‘ stato come vendere la nostra evoluzione per un piatto di lenticchie. Qualcuno propone una Riforma Agraria, serve piuttosto una Riforma Agronomica e Agroenergetica.


Il problema non nasce in questi ultimi anni ma in tempi recenti; si profilò già alla fine della II Guerra Mondiale, quando le fabbriche di munizioni rimasero con i magazzini pieni di nitrato d'ammonio che era stato utilizzato per fabbricare gli esplosivi. Dopo una breve ricerca i fabbricanti di armi scoprirono che il solito amico Fritz, Haber di cognome, un tedesco di origine ebraica, aveva capito, nel 1906, come dare il nitrato d'ammonio ai vegetali. Costui aveva anche inventato lo Zyklon B usato per gasare gli ebrei nei campi di sterminio.


Durante la guerra del Vietnam, poi, furono creati i defolianti per scovare i terribili Vietcong che difendevano le loro risaie, nascondendosi nella vegetazione delle loro foreste. Da qui vennero fuori i gloriosi diserbanti che nelle pubblicità vengono definiti come "protettori delle colture dai loro nemici naturali". Se poniamo attenzione vediamo, quindi, che per fare agricoltura stiamo utilizzando due "sistemi di distruzione di massa".


La natura ringrazia insieme al consumatore per la strage "differita" che stiamo provocando. Differita perché non si muore subito ma dopo avere consumato una buona dose di prodotti farmaceutici. Forse potremmo abbassare pure l'Irap se mangiassimo sano. Ciò non bastò, perché l'industria non si accontentò di vendere i suoi "elisir", ma rivolse l'attenzione anche alla cosa più importante per il contadino: il seme, "a simenza". 


A questo punto nasce l'altro inganno. Con il pretesto di risolvere la fame nel mondo gli "scienziati" attivano una serie di mutagenesi indotte per modificare il mais, il grano tenero poi e per ultimo il grano duro. Così il lavoro svolto dai contadini negli ultimi 10.000 - 15.000 anni, che selezionarono, "con la loro ignoranza", centinaia di popolazioni di frumento, rispettandone la natura e adeguandole alla moltitudine di microclimi, consegnando alle generazioni future un tesoro di biodiversità vegetale, venne messo al bando per promuovere il risultato ottenuto "dalla scienza" in una notte del 1974 con l'ausilio di un cannone ai raggi gamma del cobalto inventandosi le varietà di grano nanizzato - iperproduttivo che necessita di nitrato d'ammonio, di diserbanti e di antifungini, la cui caratteristica, oltre a quella dell'iperglutine è quella di avere perduto la diversità ed acquisito l'omogeneità.


«Ovviamente le nuove varietà sono meno capaci di rispondere adattativamente ai futuri cambiamenti climatici o alla comparsa di parassiti» - disse il Luigi Monti durante la sua Laudatio Academica all'Università degli Studi di Napoli Federico II Facoltà di Scienze Biotecnologiche, in occasione del Conferimento della Laurea honoris causa a Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, l'artefice della mutagenesi indotta applicata sui cereali nel suo progetto Campo Gamma - ed infine aggiunse: «Esiste, quindi, una contraddizione tra il miglioramento genetico e la conservazione della biodiversità, nel senso che le nuove varietà riducono la diversità genetica presente nell'ecosistema». Fu sincero però. Lo stesso lavoro lo si sta facendo sull'umanità a discapito dell'identità e della diversità dei popoli.


Le aziende siciliane non hanno più la sovranità sul seme, quindi, non hanno neppure quella alimentare. E se il rapporto tra lo schiavo ed il padrone si risolve nella dazione o meno del cibo possiamo dire che oggi siamo schiavi. Credo, poi, che gli agricoltori non si rendano conto di cosa abbiano studiato a nostro danno. L'agricoltore vende il grano a 15 - 16 euro a quintale, ossia a 10 euro in meno di quanto gli costa produrlo. Eppure i raccolti continuano di anno in anno. Perché? Di fronte al prezzo basso, il contadino, per pagare le fatture, l'Inps, onorare i debiti e mantenere i figli ha una sola possibilità: produrre di più. Per aumentare le rese di qualche quintale per ettaro si impoverisce la terra, si usano anche terreni marginali e si abusa di concimi chimici. Ma più aumenta l'offerta di grano, più cala il prezzo. Spirale di follia.


L'agricoltore continua a misurare il suo lavoro in base ai quintali/ettaro, facendo magari a gara con il circondario, mentre va verso il fallimento. Per il mercato, anche se fallisce un agricoltore, non è un problema, la terra continua a produrre. Inoltre, i contributi che vanno nelle tasche degli agricoltori in realtà aiutano i compratori di grano a prezzi stracciati.


Saranno sempre i governi a guidare l'agricoltura. Oggi, le aziende agricole sono dei centri di trasformazione di combustibili fossili in cibo. Un inganno, un bluff pare ci sia alla base di questa crisi. Consolidatosi nell'arco di pochi lustri, divenuto verità difesa con convinzione a tutti i livelli. Il cibo non e' solo una merce. Il cibo non e' un insieme di nutrienti chimici. Esso è una rete di rapporti tra un gran numero di esseri viventi, umani e non umani, tutti dipendenti gli uni dagli altri e tutti radicati nel terreno e nutriti dalla luce del sole. Ma questo è possibile solo ad un'azienda agro-energetica che appartenga ad un territorio che abbia la sovranità alimentare e l'indipendenza.

Fonte http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=%2022016

 

Festa "il Pane e le Rose" 2013

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Il fotovoltaico sul tetto e la difesa dello status quo

foto\Il modello energetico centralizzato, basato sui grandi impianti a fonti fossili è sotto assedio da parte della generazione distribuita da rinnovabili con autoconsumo. L'impianto fotovoltaico sul tetto, che appena i prezzi delle batterie lo permetteranno sarà affiancato da un sistema di accumulo, soddisfacendo una quota rilevante dei consumi di una famiglia, di una fabbrica o di un supermercato è una minaccia per i profitti delle utility e impone anche di ripensare la struttura del sistema elettrico. Compagnie elettriche e regolatori se ne sono accorti da tempo e stanno facendo le loro mosse per tutelare lo status quo, mentre il mondo del solare cerca di difendersi, in Italia, ma anche in altri paesi come Usa e Australia.

Una famiglia dotata di impianto FV da 4 kWp con batteria da 3 kWh - sottolinea ad esempio un recente report del gruppo bancario svizzero UBS di cui abbiamo parlato qualche settimana fa - ridurrà gli acquisti dalla rete del 50-60% e le attività commerciali di una percentuale ancora maggiore. Di qui al 2020 - prevede UBS - l'autoproduzione da solare in Italia potrebbe coprire fino al 17% del fabbisogno. E con 43 GW di fotovoltaico 'non incentivato' che si prevede possano essere installati tra Italia, Germania e Spagna da qui al 2020, ci sarà una riduzione della domanda elettrica e un crollo dei margini di guadagno dei produttori elettrici storici: le aziende più colpite saranno RWE, E.ON, Cez e Verbund, ma anche i bilanci della nostra Enel e della spagnola Iberdrola ne risentiranno.

Lo stesso allarme lo troviamo in un altro report recente, pubblicato sull'altra sponda dell'oceano, dall'Edison Electric Institute, think tank legato alle utility Usa (vedi allegato in basso). Fotovoltaico e accumuli, assieme all'efficienza energetica, vi si legge potrebbero “mettere in pericolo il modello della utility centralizzata”. La riduzione della domanda dalla rete che ne potrebbe conseguire potrebbe portare a un crollo dei prezzi e, “se una rimodulazione delle tariffe potrebbe mitigare le perdite, la minaccia più a lungo termine di consumatori che abbandonino completamente la rete, o la usino solo come back-up, ha il potenziale di causare danni irreparabili a profitti e prospettive di crescita”.

Allora diventa chiaro perché il mondo elettrico tradizionale si muova per impedire questo scenario. In Italia il contrattacco ha ormai una certa storia, che abbiamo ampiamente raccontato nell'ultimo anno, fatta di una campagna mediatica massiccia e pressioni politiche sul peso degli incentivi che hanno portato ai tagli che ben conosciamo. Ultimo capitolo della difesa lo status quo, che il FV può mettere a rischio anche senza incentivi, è il dibattito sugli oneri di sistema per l'autoconsumo: al momento sono dovuti solo per la quota di energia prelevata dalla rete esterna, ma l'Autorità, preoccupata che con l'aumento dell'autoconsumo vengano spalmati su una base sempre più ristretta di kWh, diventando così più cari per chi compra dalla rete, vorrebbe che si facessero pagare anche per la quota di energia prodotta e usata 'dietro al contatore' (si veda QualEnergia.it, Grid parity fotovoltaico, quando l'arbitro decide di alzare l'asticella).

Storie analoghe intanto stanno arrivando da altri paesi: negli Stati Uniti le utility si stanno battendo duramente contro il net metering, ossia i contatori intelligenti bidirezionali che permettono politiche simili a quella del nostro scambio sul posto. Anche in Australia – dove ci sono più di un milione di impianti su tetto – è cominciata la battaglia difensiva. In Queensland, ad esempio, l'Autorità per la concorrenza locale sta proponendo oltre che tagli agli incentivi, tariffe orarie speciali che penalizzino chi ha il fotovoltaico sul tetto e il diritto delle utility a rifiutarsi di connettere alla rete gli impianti FV. In New South Wales chi ha i moduli sul tetto deve contrattare con l'utility, con evidente disparità di forze, il prezzo al quale questa comprerà l'energia in eccesso, che poi rivenderà.

“I gestori di rete e i venditori di energia non vogliono che gli australiani si riprendano il controllo del sistema elettrico. Stanno rendendo la vita difficile a chi vuole passare al solare per difendere i propri profitti”, commenta Geoff Evans, presidente della neonataSolar Citizens, associazione creata appunto per tutelare il fotovoltaico residenziale. Anche negli Usa il fronte del solare residenziale si sta compattando: le maggiori aziende che installano FV su tetto, che negli Usa si fa soprattutto in leasing, SolarCity, Sungevity, Sunrun e Verengo, hanno dato vita alla Alliance for Solar Choice proprio per combattere i tentativi di ostacolare il FV in autoconsumo che la lobby delle compagnie elettriche stanno facendo in 43 Stati.

Siamo agli inizi di uno scontro sul quale ci sentiamo di sbilanciarci in un pronostico: un cambiamento di paradigma come quello che porterà ad un sistema energetico più pulito, efficiente e democratico si può frenare ma non si potrà impedire.

Il report dell'Edison Electric Institute (pdf)

Detrazione fiscale 50% e 55%, il Governo è al lavoro: possibile proroga oltre il 30 giugno 2013

Sarebbe un'ottima notizia per l'Italia se arrivasse l'ufficialità. Per ora il nuovo ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato ha detto: "Il Governo sta lavorando per cercare di prorogare il bonus del 55% per l'efficienza energetica".

La dichiarazione è arrivata nel corso del XIV convegno nazionale dei giovani costruttori dell'Ance (Associazione nazionale costruttori edili).

Se la proroga non ci sarà, la detrazione fiscale del 55% prevista per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici resterà valida fino al 30 giugno 2013. Dal 1° luglio per gli stessi interventi sarà ripristinata la precedente detrazione del 36% sulle spese sostenute per eseguire gli interventi.

Le parole del ministro Zanonato però fanno ben sperare: "La detrazione costa allo stato circa 300 milioni l'anno. Il Governo è già impegnato per reperire le risorse necessarie a rifinanziare l'agevolazione fiscale. Da mesi infatti tutti gli operatori del settore costruzioni ne chiedono la proroga e anche l'ampliamento per includere gli interventi di consolidamento antisismico.

Il Governo vorrebbe provare a recuperare 300 milioni di euro all'interno del bilancio, quindi si potrebbe ipotizzare per ora una proroga di un anno del bonus fiscale.

L'eventualità di una conferma della detrazione 55% assume grande valore in questo periodo di crisi dell'economia italiana e di conseguente difficoltà del settore immobiliare e delle costruzioni. 

Dal ministero dello Sviluppo economico hanno poi precisato che si sta procedendo anche nella direzione di una proroga per la detrazione fiscale del 50% sugli interventi di ristrutturazione edilizia. Agevolazione non citata dal ministro Zanonato perché di competenza del ministero delle Infrastrutture. 

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi e il suo staff hanno precisato che ladetrazione fiscale 50% per il settore abitativo è una "priorità assoluta" dell'agenda di Governo. 

 

Fonte http://www.solaretermico.preventivi.it

"INACCETTABILE IL CINISMO DI PELLEGRINOTTI. CI HA RIPORTATO NEL MEDIOEVO INDUSTRIALE"

Fonte IL TIRRENO

 

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Camminata storica da San Pellegrino a Gallicano

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camminata

Lo stato del fotovoltaico in Italia: tutti i dati di un Paese leader nel mondo

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Il Gestore dei Servizi Energetici ha pubblicato ieri il Rapporto Statistico sul solare fotovoltaico 2012: una dettagliata analisi sulla diffusione del fotovoltaico nel nostro Paese.
In base al Rapporto, a fine 2012 risultavano in esercizio 478.331 impianti, per una potenza installata di 16.420 MW. L'energia prodotta nell'anno è risultata pari a 18.862 GWh. Nel solo 2012 sono stati installati oltre 148.000 impianti, per una potenza addizionale di 3.646 MW.
L'Italia ha così consolidato il secondo posto a livello mondiale, preceduta solo dalla Germania e davanti a Usa, Giappone, Cina, Spagna e Francia.
Spicca il dato relativo alla diffusione tra i comuni italiani: almeno un impianto è presente nel 97% dei comuni italiani (era solo l'11% nel 2006), a conferma del fatto che il fotovoltaico rappresenta la fonte rinnovabile maggiormente protagonista della rivoluzione energetica nel nostro Paese.
Il rapporto nel dettaglio
Nel 2012 è proseguita la crescita degli impianti installati, grazie ad un incremento di 148.135 unità, pari ad un +45% rispetto agli impianti esistenti a fine 2011. La potenza complessivamente installata è così arrivata a 16.420 MW. L'incremento maggiore si è avuto, in termini percentuali, nella fascia degli impianti di piccole dimensioni (tra 3 e 20 kW), dove si è registrata una crescita del +47% delle installazioni.
La taglia media degli impianti si è conseguentemente ridotta passando da 38,7kW del 2011 a 34,3 kW del 2012: a ciò ha contribuito la riduzione delle installazioni di grandi impianti, determinata dal D.Lgs 1/2012 che ha posto molte limitazioni agli impianti a terra.
A livello regionale il numero più elevato di impianti si riscontra al Nord, in particolare in Lombardia e in Veneto (rispettivamente con 68.434 e 64.941 impianti). In termini di potenza installata è invece la Puglia che detiene il primato con 2.449 MW installati, regione che detiene anche il record nazionale per la dimensione media maggiore degli impianti (73,0 kW), seguita dal Molise (61,1 kW), dalla Basilicata (58,9 kW),  dalle Marche (57,1 kW),  dall'Abruzzo (51,0 kW). La più bassa è in Valle d'Aosta (11,7 kW).
In termini percentuali il Nord Italia rappresenta il 54% circa delle installazioni, il Centro il 17%, il Sud il 29%. A livello provinciale, le prime tre province per numero di installazioni sono, rispettivamente Treviso (3,6% del totale), Brescia (3,3%) e Roma (3,2%). Se invece si analizza la potenza complessivamente installata i dati sono diversi: in testa c'è sempre il Nord Italia con il 44%, ma il divario con il Sud, fermo al 37%, è decisamente minore. Infine il Centro rappresenta il 19% del totale. E' infatti la Puglia la prima regione per potenza installata con il 14,9% del totale (sebbene in diminuzione rispetto allo scorso anno in cui si attestava al 17,1%), seguita dalla Lombardia con l'11,1%. La distribuzione percentuale della potenza a livello provinciale mostra il primato di Lecce con 3,9% e delle altre province pugliesi.
Impianti a terra vs impianti su edificio
A livello nazionale il 48% della potenza è installata è costituita da impianti realizzati su edifici, il 43% da impianti a terra, il 6% su serre e pensiline e il residuo 3% è ubicato diversamente, ad esempio è utilizzato per le barriere acustiche autostradali. La superficie complessivamente occupata dagli impianti a terra è di 133.700.617 m2.
Nel 2012, a seguito del già citato D.Lgs 1/2012 che ha posto molte limitazioni agli impianti a terra, c'è stata un'inversione del peso nazionale tra gli impianti a terra e quelli su edificio che nel 2011 erano rispettivamente pari al 49% e 41%.
Nelle Regioni del Centro Sud una parte molto consistente della potenza è installata a terra, la Puglia è in testa con il 78%, seguita da Basilicata (72%) e Molise (68%).
Al Nord prevale la collocazione su edifici, nella Regione Trentino Alto Adige con il 91% della potenza installata e a seguire in Valle d'Aosta (84%) e in Lombardia (80%).
Soggetti responsabili
La maggioranza dei soggetto responsabili, cioè le persone fisiche o giuridiche responsabili dell'esercizio e della manutenzione dell'impianto che hanno diritto a richiedere le tariffe incentivanti, è costituita da società (86% del totale), seguite dalle persone fisiche (10%), e dagli enti pubblici 3%. Il 60% della potenza installata è ascrivibile a soggetti responsabili del settore industriale. Segue poi quello agricolo con il 15%, il terziario con il 14% e il domestico con il 12%.
Smaltimento dell'amianto
Il fotovoltaico in Italia è stato protagonista di una buona pratica dal punto di vista delle installazioni. Infatti, grazie ai premi sulle tariffe incentivanti per gli impianti realizzati in sostituzione di coperture contenenti amianto, sono stati realizzati 25.900 impianti di questo tipo, che hanno permesso la bonifica di ben 20.212.476 m2 di superfici in eternit.

 

Il Gestore dei Servizi Energetici ha pubblicato ieri il Rapporto Statistico sul solare fotovoltaico 2012: una dettagliata analisi sulla diffusione del fotovoltaico nel nostro Paese.


In base al Rapporto, a fine 2012 risultavano in esercizio 478.331 impianti, per una potenza installata di 16.420 MW. L'energia prodotta nell'anno è risultata pari a 18.862 GWh. Nel solo 2012 sono stati installati oltre 148.000 impianti, per una potenza addizionale di 3.646 MW.


L'Italia ha così consolidato il secondo posto a livello mondiale, preceduta solo dalla Germania e davanti a Usa, Giappone, Cina, Spagna e Francia.


Spicca il dato relativo alla diffusione tra i comuni italiani: almeno un impianto è presente nel 97% dei comuni italiani (era solo l'11% nel 2006), a conferma del fatto che il fotovoltaico rappresenta la fonte rinnovabile maggiormente protagonista della rivoluzione energetica nel nostro Paese.


Il rapporto nel dettaglio


Nel 2012 è proseguita la crescita degli impianti installati, grazie ad un incremento di 148.135 unità, pari ad un +45% rispetto agli impianti esistenti a fine 2011. La potenza complessivamente installata è così arrivata a 16.420 MW. L'incremento maggiore si è avuto, in termini percentuali, nella fascia degli impianti di piccole dimensioni (tra 3 e 20 kW), dove si è registrata una crescita del +47% delle installazioni.


La taglia media degli impianti si è conseguentemente ridotta passando da 38,7kW del 2011 a 34,3 kW del 2012: a ciò ha contribuito la riduzione delle installazioni di grandi impianti, determinata dal D.Lgs 1/2012 che ha posto molte limitazioni agli impianti a terra.

Case della Salute, 638.565 euro all’Azienda USL 2 di Lucca

Più di 8 milioni per avviare e soprattutto implementare ben 54 Case della Salute su tutto il territorio toscano. Li ha stanziati la giunta regionale, con una delibera presentata dall’assessore al diritto alla salute Luigi Marroni e approvata nella seduta di ieri. La cifra – 8.200.000 euro – verrà distribuita tra le 12 aziende sanitarie toscane in due tranche: il 75% al momento della comunicazione di avvio degli interventi previsti, il 25% a realizzazione avvenuta. All’Azienda USL 2 andranno complessivamente risorse per 638.565,42 euro, che serviranno per realizzare altre due Case della Salute. Attualmente sul territorio aziendale ci sono due strutture di questo tipo: quella di Marlia nel Comune di Capannori e quella di Piazza al Serchio in Garfagnana. Grazie a questo stanziamento regionale potranno essere attuati altri due importanti progetti di Casa della Salute, una presso l’area Campo si Marte dopo l’attivazione del nuovo ospedale S. Luca, e una presso uno dei due presidi ospedalieri della Valle in funzione della riorganizzazione dei reparti di degenza.

 

La Casa della Salute è un’aggregazione strutturale multi-professionale, di cui fanno parte i medici di medicina generale (ed eventualmente i pediatri di famiglia) insieme ad altri operatori del territorio: infermieri, medici specialisti, amministrativi, personale sociale. Opera nell’ambito dell’organizzazione distrettuale, con l’obiettivo di effettuare in maniera integrata tutte quelle attività utili ad affrontare prima di tutto la cronicità in tutte le sue varianti. La sede unica consente di offrire sul territorio un luogo riconoscibile per le necessità assistenziali dei cittadini.

 

Sempre nell’ambito di questa rimodulazione territoriale – continua il direttore sanitario aziendale – è prevista anche l’estensione progressiva della sanità di iniziativa e del Chronic Care Model, oltre al contenimento delle liste di attesa. In particolare per quanto riguarda la Sanità di iniziativa, nei prossimi tre anni verrà coinvolta tutta la popolazione toscana, secondo il Chronic Care Model. Nel 2013, a Lucca come nelle altre realtà regionali, si prevede la copertura del 60% della popolazione, nel 2014 dell’80%, nel 2015 il 100% della popolazione toscana. La sanità di iniziativa è quella che, soprattutto per le patologie croniche come diabete, scompenso cardiaco, ictus, insufficienza respiratoria cronica, non aspetta il cittadino sulla soglia dell’ambulatorio (sanità di attesa), ma gli propone un percorso di controlli ed esami di primo e secondo livello, seguendo un programma concordato tra medici di medicina generale e medici specialisti, facendo anche opera di prevenzione e di educazione. Il riferimento è il Chronic Care Model, basato sull’interazione tra il paziente, reso esperto da opportuni interventi di formazione e addestramento, e il team multiprofessionale composto da medici di medicina generale, medici specialisti, infermieri e operatori sociosanitari.

 

La sperimentazione di questo modello ha dimostrato di produrre notevoli miglioramenti nella qualità dei servizi territoriali: il 67% dei pazienti intervistati in una recente indagine sulla soddisfazione degli utenti, ha dichiarato di aver riscontrato dei benefici sul proprio stato di salute da quando è stato introdotto il nuovo modello, e l’86% di essi ha rilevato un miglioramento complessivo dell’assistenza.

 

Occorre ribaltare la tradizionale logica d’attesa, caratterizzata prima dall’espressione di una domanda e poi dall’analisi dei bisogni, in una nuova logica proattiva, per cui i professionisti della salute individuano i bisogni assistenziali e i fattori di rischio prima che si manifestino come domanda.


Fonte http://www.giornaledibarganews.com/2013/05/07/case-della-salute-638-565-euro-allazienda-usl-2-di-lucca/

Elezioni Comune di Gallicano: una poltrona per cinque

La Nazione del 04-05-13 di Federico Santarini

 

Gallicano: il prelievo tributario pro capite in 2 anni è aumentato del 16%

Il "Prelievo tributario pro capite" del Comune di Gallicano è passato da € 569,21 del 2010 ad € 660,43 del 2012 con un incremento del 16,03%.


Aumenterà ancora nel 2013 con l'introduzione della TARES (tassa che sostituirà la Tarsu)?  


Il "Prelievo tributario pro capite" misura l'importo medio di imposizione tributaria a cui ciascun cittadino è sottoposto o, in altri termini, l'importo pagato in media da ciascun cittadino per imposte di natura locale nel corso dell'anno.


Quindi, una famiglia di 4 persone (mamma, babbo e 2 figli) ha pagato in media nel 2012 al Comune di Gallicano per IMU, Tarsu, addizionale comunale Irpef, ecc. € 2.641,72.


La formula per il calcolo è la seguente:

Prelievo tributario pro capite = Titolo I Entrata / Popolazione (*)


* Nel Titolo I delle Entrate 2012 non abbiamo considerato il Fondo sperimentale di riequilibrio pari ad € 925.381,44. Se lo avessimo considerato il "Prelievo tributario pro capite" 2012 sarebbe stato € 898,55 con un incremento del 57,86%.

Il Comune di Gallicano è fortemente indebitato: 108 i contratti di mutuo da pagare

Il Comune di Gallicano ha in essere 108 contratti di mutuo che si estingueranno nel 2034 (54 nel 2015, …., 15 nel 2026, …., 16 nel 2034).


Clicca qui per leggere la tabella riepilogativa dei mutui.
Dal 2013 al 2034 il Comune dovrà pagare € 6.038.161,78 di cui € 1.502.891,05 di interessi. 
Nei prossimi anni il Comune dovrà pagare: 


  • Nel 2013 € 653.309,77 
  • Nel 2014 € 653.309,77 
  • Nel 2015 € 653.309,77 
  • Nel 2016 € 550.505,76 
  • Nel 2017 € 417.216,83 
  • Nel 2018 € 396.508,57 
  • ….. 
  • ….. 
  • Nel 2034 € 49.554,84 
L’importo complessivo originario di questi 108 mutui è di € 7.703.750,44 (il Comune rimborserà € 11.099.060,64 di cui € 3.395.310,20 di interessi) ed i più importanti (in ordine d’importo) sono: 


  • 1.446.079,32 - Ricapitalizzazione Se.Ver.A. spa (il Comune paga ogni anno € 112.099,81 dal 2003 al 2016) 
  • 991.107,48 - Adeguamento sistemi di approvvigionamento idrico (il Comune paga ogni anno € 80.184,44 dal 2002 al 2018) 
  • 450.000,00 - Lavori plesso scolastico 1° lotto (il Comune paga ogni anno € 34.457,16 dal 2010 al 2029) 
  • 350.068,00 - Realizzazione impianto fotovoltaico plesso scolastico (il Comune paga ogni anno € 29.839,54 dal 2011 al 2025) 
  • 264.685,97 - Opere di viabilità comunali - realizzazione spazi di sosta 1° lotto (il Comune paga ogni anno € 20.443,61dal 2002 al 2015) 
  • 258.228,45 - Ricapitalizzazione Pantarei (il Comune paga ogni anno € 20.708,26 dal 2003 al 2017) 
Praticamente, in base all’articolo 204 del D.Lgs. N.267/2000 (l'ente locale può assumere nuovi mutui e accedere ad altre forme di finanziamento reperibili sul mercato solo se l'importo annuale degli interessi sommato a quello dei mutui precedentemente contratti, a quello dei prestiti obbligazionari precedentemente emessi, a quello delle aperture di credito stipulate ed a quello derivante da garanzie prestate ai sensi dell'articolo 207, al netto dei contributi statali e regionali in conto interessi, non supera il 12 per cento per l'anno 2011, l'8 per cento per l'anno 2012, il 6 per cento per l'anno 2013 e il 4 per cento a decorrere dall'anno 2014 delle entrate relative ai primi tre titoli delle entrate del rendiconto del penultimo anno precedente quello in cui viene prevista l'assunzione dei mutui) il Comune di Gallicano non può più fare ricorso allo strumento del mutuo per finanziarsi perché la sua capacità d’indebitamento residua si è quasi azzerata!

“Assunzioni” a tempo per 5 disoccupati

GALLICANO. Un salvadanaio pubblico dal quale attingere per consentire l’assunzione a rotazione di cinque disoccupati per volta con uno stipendio minimo di 500 euro mensili, e calmierare le difficili situazioni sociali che anche da queste parti si fanno sentire. Ma senza fare assistenzialismo fine a se stesso, e puntando invece su servizi utili per i cittadini.

Con questo imprinting è nato il regolamento attuativo del Fondo di solidarietà per tirocini e reinserimento lavorativo che partirà grazie alla prossima collaborazione tra amministrazione comunale e la locale Misericordia, la prima a dare la disponibilità a questa iniziativa. Martedì sera, il consiglio comunale sarà chiamato a dare seguito a queste intenzioni, esprimendosi sull’opportunità di avviare il progetto. L’importo di questo fondo, ammonterebbe a minimo 15 mila euro e diverrebbe spendibile solo dopo delibera di giunta.

Ma se dovessero arrivare i contributi della Fondazione Crl richiesti con apposita domanda di finanziamento, i beneficiari potrebbero essere di più. Tecnicamente, sarà erogato un pacchetto di voucher da 500 euro mensili, ad almeno cinque disoccupati del territorio, inseriti nell’organico delle associazioni del territorio con mansioni socialmente utili: assistenza ad anziani e disabili, trasporto persone, manutenzione del verde e delle aree pubbliche, decoro urbano. Una commissione esterna valuterà le richieste e procederà alla graduatoria, anche se tra gli “assunti” dovrà esserci almeno un soggetto svantaggiato. Come ammette il vicesindaco Egidio Nardini: «Si è preso spunto dall’esperimento compiuto pochi anni fa a Borgo a Mozzano, il primo nella zona». In assemblea potrebbero esserci delle limature, ma l’impianto del regolamento è presto fatto: i requisiti sono infatti la residenza nel comune di Gallicano, anzianità lavorativa con stato di disoccupazione, età minima 18 anni senza limite massimo. Naturalmente, in base alle disponibilità di bilancio, se il fondo dovesse incrementarsi, sorgeranno altre opportunità lavorative. Il sindaco Mariastella Adami, è più realista del re: «Abbiamo fatto delle variazioni di bilancio, sacrificando altri capitoli per attivare questo fondo per aiutare i disoccupati. Certo, si tratta di contributi, visto che non possiamo incidere direttamente sulla crisi economica, però questa misura serve a dare risposte concrete e soprattutto consente di svolgere attività importanti dal punto di vista sociale ed ambientale».

iltirreno.it (N.Bellanova)

Convocazione Consiglio Comunale

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Primo Maggio a Bolognana

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